Scolarsi 495 pagine in meno di tre giorni e non sentirle. O
meglio, sentirsele addosso, tutte quante, non come un’ubriacatura, ma come
tatuaggi. Impresse sulla pelle e nella mente.
Niccolò Ammaniti è al suo quarto romanzo: “Come Dio
Comanda”. Ha costruito l’ennesima storia
di tragica normalità nella provincia italiana. La provincia italiana genera
mostri. E a farne le spese sono, ancora una volta, dopo “Io non ho paura”, i
bambini. Bambini intrappolati in vite distrutte, in famiglie a pezzi, in
pianure e campi che inghiottono i pensieri e centri commerciali e fabbriche che
si mangiano gli adulti. Personaggi indelebili, stampati su pagine che non sono
mai troppe per raccontare la solitudine del mondo, la tristezza delle persone.
Protagonisti delineati con dovizia di particolari, vivi, le loro voci che
pulsano attraverso le righe. Uomini distrutti dall’alcool e dalle fantasie ma
ancora di più da un’Italia troppo misera da sopportare, dove un lavoro decente
è un miraggio e nessuno ti dà una mano a rialzarti se sei caduto nel fango.
Quel fango che si stende per tutta la narrazione grazie ad una pioggia mai
benefica. Piove sulle teste di Rino, Cristiano, Corrado e Danilo. Piove così
tanto che non distinguono più la strada e finiscono per sbagliare. Ma se Rino,
Corrado e Danilo sono adulti, anche se non sempre capaci di intendere e volere,
Cristiano è solo un dodicenne cui è stato tolto tutto: persino il cuore.
E chi un cuore lo ha ancora, leggerà d’un fiato l’enorme
tomo e magari si commuoverà anche perché non riuscirà a vedere nessun sole
dietro le nuvole scure che hanno vomitato acqua per due terribili giorni.
Vorresti aiutarli e non puoi e quando ti accorgi che quello che stai leggendo è
un libro del terrore, non puoi fare più nulla per tirarti fuori. Ci sei dentro
fino al collo e non l’hai mai saputo. O forse hai solo preferito non saperlo.
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