796 anime, aveva letto su Wikipedia. Chissà se il conteggio
era stato già aggiornato con l’uomo di cui stava scolpendo il nome. Si era
portato dietro anche un manuale illustrato, non per consultarlo, soltanto per
sentirsi più al sicuro. Che lavoro del cazzo, onestamente, dai. Aveva studiato
all’Istituto d’Arte perché gli piaceva creare dal nulla delle sue idee. Aveva
iniziato con l’argilla, poi aveva modellato il rame e aveva finito per
appassionarsi al marmo. Era diventata quasi un’ossessione. Chi se lo sarebbe
mai immaginato che quell’ossessione lo avrebbe condotto dritto dentro la tomba.
Ovviamente solo in senso figurato, sperava. Era la seconda volta che faceva
quel genere di lavoro: piegarsi sulla lapide e imprimere il nome di una persona
che non era più tra i vivi. Non gli dispiaceva, comunque, lavorare nei cimiteri, soprattutto
quando riempivano prati come quello, leggermente in pendenza, a corredo di una
chiesa, come ne aveva visti prima solo nei film inglesi (o forse americani, non
aveva mai capito la differenza). Quel pacifico silenzio gli rendeva semplice
seguire il ritmo dello scalpello, lasciandogli lo spazio per pensare a tutte le
storie lì dentro, seppellite insieme ai corpi, coronate di fiori. Lui poteva
solo immaginarle e affiancare, nella sua mente, un busto di marmo a ognuno dei
defunti. Sarebbero stati busti bellissimi, con il marmo che avrebbe scintillato
al sole, come fosse sabbia fine, che avrebbe lasciato scivolare la pioggia e
accolto la polvere.
L’intensità di questi pensieri non lo distoglieva dal
lavoro. Lavorava sodo, come si usava dire, e faceva un gran lavoro. Fine, senza
sbavature.
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