“Balzac e la piccola sarta cinese” mi è stato regalato come
un libro importante da condividere, così bello da non poterlo tenere solo per se
stessi. E bello lo è, solo che ha avuto la sfortuna, nella mia vita, di
arrivare subito dopo “Così in terra” e non poter reggere il confronto.
Ambientato in Cina nel 1978, lascia subito stupiti per la
vicinanza in termini temporali, ma la lontananza incolmabile in termini
culturali: trentaquattro anni fa in Cina non si poteva leggere la letteratura
europea. I testi romanzati erano proibiti, i ragazzi intorno ai diciotto anni
erano costretti ad andare nelle campagne per una sorta di tirocinio:
rieducazione, la chiamavano. Se erano figli di dissidenti o semplicemente di “sporchi
borghesi”, difficilmente sarebbero tornati alla loro vita di prima.
I due ragazzi di cui racconta Dai Sijie (che in un campo di
rieducazione c’è stato davvero e che da questo suo libro ha tratto – nel 2002 -
anche un film), sulle montagne, incontrano due figure fondamentali: l’antipaticissimo
e stupido Quattrocchi, figlio di una poetessa e detentore di libri proibiti, e
la piccola sarta, il cui padre è il sarto più rinomato e venerato della zona. Ai
libri di Quattrocchi attingeranno per trovare ristoro e compagnia. In
particolare, li colpirà Balzac, perché sarà Ursule Mirouet il primo libro a
loro disposizione, e Jean-Cristophe di Romain Rolland, che io non avevo sentito
mai nominare prima di sfogliare le pagine di Dai Sijie. Con questi e altri
libri e con i racconti che ne scaturiranno, conquisteranno la piccola sarta
cinese.
Il libro ha i colori scuri di montagne e campagne, dove non
è piacevole abitare. Ha la voce di ragazzi intelligenti costretti alla
stupidità e all’automatismo da un regime autoritario privo di qualsiasi
visione.
Edito da Adelphi, “Balzac e la piccola sarta cinese” ti fa
sentire fortunata, perché a te nessuno ha mai proibito di leggere, di viaggiare
con la fantasia, di arrivare lontano, di conoscere, di innamorarti di Mr.
Darcy, per esempio. E mi dispiace tanto che ci sia stato qualcuno nel mondo
che, non per povertà – come ancora succede in milioni di posti – ma per
stupidità, sia stato tenuto all’oscuro della bellezza della letteratura.
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