Era l’11 luglio 2007 quando, durante un convegno su Islam e
integrazione, Giuliano Amato, espresse la sua opinione sulle violenze nei
confronti delle donne: "Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna.
E' una tradizione siculo - pakistana che vuole far credere il contrario".
Perché ritiro fuori questa vecchia storia proprio adesso?
Perché oggi ho appreso che il programma “Amore Criminale” – in onda il sabato
su Rai3 e condotto da Luisa Ranieri – tratterà in una puntata di un assassinio avvenuto
nella mia città d’origine proprio ai danni di una donna. Ho ripensato a questo
post e ho deciso di ripresentarlo. Ecco cosa scrivevo sull’argomento ormai cinque
anni fa.
Probabilmente, Amato
voleva sottolineare che in Sicilia, fino a qualche tempo fa (ancora nel 1981
esisteva il delitto d’onore in tutta Italia) si facevano gli stessi errori che
adesso sono imputati alla cultura islamica. Poche frasi furono più infelici di
questa. Io sono siciliana e non sono mai stata picchiata e devo dire che,
fortunatamente, mi sono trovata davvero pochissime volte di fronte a casi di
violenza sulle donne. Però, è vero che picchiare le donne, massacrarle (magari com’è
successo nel caso di Hina, la ragazza pakistana che viveva a Brescia) non è una
prerogativa solo “straniera”. Il Rapporto annuale del Viminale sulla Criminalità,
infatti, ha riportato che quasi sette milioni di donne tra i sedici e i settanta
anni hanno subito una violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Nel
62,4% dei casi il partner è l’aguzzino. Le violenze che si subiscono in casa
non hanno colore, né razza, né lingua. Spesso gli uomini credono che quello
degli schiaffi sia un linguaggio universale. Basti pensare alle frasi di
Muschen, il contadino concorrente di “Un due, tre, stalla!” che si permise di
dire che le donne infedeli andrebbero lapidate e non fu nemmeno escluso dal
programma, ma anzi portato in finale.
Le donne spesso
sbagliano. L’errore più grande lo commettono, però, quando sottovalutano segni
di violente intemperanze nei caratteri degli uomini che le circondano. Molte
non parlano, non denunciano: un po’ per i figli, se ci sono, un po’ per la
vergogna, un po’ per la segreta speranza che non lo farà più. Su Vanity Fair
ultimamente sono state pubblicate alcune lettere di donne maltrattate e nel
numero scorso, un articolo ha permesso di conoscere questa realtà: http://www.cadmi.org/index.asp,
una casa d’accoglienza per donne vittime di maltrattamenti, dove si può
ricominciare a vivere cercando di dimenticare i lividi del corpo. Molte di
queste donne denunciano anche l’indifferenza delle forze dell’ordine, che
soprattutto nel passato le invitavano a ripensarci, quando si presentavano per
una denuncia nei confronti del marito. Uomini che ne hanno coperti altri. Così
come ci sono anche donne che coprono le violenze, che fanno finta di non
vederle.
Su Grazia di questa
settimana, uscito ieri nelle edicole, a pagina venti c’è la foto di una ragazza
indiana 22enne in mutande e reggiseno, che gira per strada con una mazza da
baseball in mano. Niente di sexy. Nessuna pubblicità di lingerie. Solo una
ragazza che protesta contro le violenze che giornalmente subisce da parte del
marito e dei suoceri, per aver portato una dote troppo misera (da quaranta anni
la dote in India è illegale), e contro le forze dell’ordine, che non le hanno
mai creduto. Forse adesso finirà in prigione. Non il marito, bensì lei: per
essersi comportata indecentemente.
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