Col senno di poi, questo libro non l’avrei comprato. L’autore,
e protagonista del libro, mi è stato così antipatico che avergli recato un
beneficio con l’acquisto di una copia di “Un alieno a Vanity Fair” (da cui è
stato tratto il film “Star System. Se non ci sei non esisti”) mi urta
profondamente.
Il libro è la vera storia di Toby Young (con poche
edulcorazioni, scrive lui alla fine), inglese, di buona famiglia, giornalista,
che decide di andare a New York per ricavarsi un angolo di notorietà. Sarà
assunto a Vanity Fair, che non farà che denigrare. Non riuscirà mai a seguire
le regole del “gioco”, troppo preso dalla voglia di fare lo spavaldo, oltre che
quello con la battuta e l’idea geniale sempre pronte e che farà colpo sul divo
di turno. Mentre le battute e le idee sembreranno irresistibili solo nella sua
mente, l’invidia - persino nei confronti degli amici - lo divorerà quasi vivo,
così come il vizio di bere e, anche, in alcuni casi, di drogarsi.
Verso la fine del libro, tenta il riscatto: sia con il
lettore sia con la donna che ama. Prova a farci intendere che ha capito la
lezione, è migliorato, che merita anche lui un po' di notorietà, ma c’è sempre
un fondo di antipatia, doppiogiochismo, egoismo che me l’ha reso odioso sino
alla fine.
Cosa salvo? I tanti aneddoti interessanti sulla vita di
redazione e una sorta di indicazione che viene fuori, ma in maniera non
consapevole, su come non bisogna mai comportarsi nella vita.
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